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La Maggior parte degli Psicologi ha commesso questo errore almeno una volta nella sua carriera professionale​

Sei uno Psicologo e nelle tue relazioni di cura ti senti come se giraste a vuoto?

Senti che con i tuoi pazienti potresti fare MOLTO di più ma non sai cosa ti blocca?

Allora può significare che sei caduto in un errore molto comune:

La Maggior parte degli Psicologi ha commesso questo errore almeno una volta nella sua carriera professionale

Un errore così sottovalutato che a volte viene scambiato per un buon lavoro

Se sei qui, con estrema probabilità sei una Psicologa. Forse sei uno Psicologo, proprio come me. O forse stai studiando per diventarlo. 

Probabilmente sei rimasto catturato da quale possa essere l’errore così comune che la maggior parte degli Psicologi ha fatto almeno una volta nella vita e che può essere scambiato per un buon lavoro. 

Un’abitudine, un semplice comportamento, che può mettere a repentaglio l’intero intervento psicologico anche se fatto con le migliori intenzioni e le migliori motivazioni. Vuoi sapere anche tu qual è questo errore?

Continua a leggere…

Antonio Amatulli

Mi presento: sono Antonio Amatulli, dal 2012 lavoro come Psicologo. 

Come probabilmente te, mi sono laureato, ho fatto almeno un anno di tirocinio e poi abilitato. Forse ti sei specializzato in modo verticale su un metodo di intervento, forse hai preferito una formazione più orizzontale. 

Sicuramente entrambi abbiamo un desiderio: quello di aiutare le persone a vivere la loro vita nel modo migliore possibile.

Non potremmo fare ben il nostro lavoro, se non fosse per il nostro desiderio di rendere il mondo un posto migliore, aiutando le persone, una conversazione alla volta.

Sono dell’idea che la maggior parte di noi colleghi ha commesso un errore, almeno una volta, nella nostra carriera professionale. Mi sento di dire che tutti noi lo abbiamo fatto, almeno una volta. 

Dopo 8 anni di carriera professionale, 5 libri, uno speech ad un evento europeo sulla mia personale visione della clinica, vedo distintamente perché quei clienti non mi richiamarono più dopo i loro primo appuntamento. Non fù perché non erano motivati. Non fù perché avevano delle resistenze.

SEMPLICEMENTE, CON LORO, AVEVO COMMESSO QUELL'ERRORE

Vuoi Conoscerlo anche tu?
Prima di farlo, lascia che ti racconti la mia storia.

Se hai studiato Psicologia, concorderai con me che lo facciamo per una ragione. Che sia curare un bambino ferito, aiutare qualcuno che non abbiamo potuto aiutare in passatotrovare il nostro posto nel mondo, ognuno ha la sua storia.

La mia ha a che fare con la mia adolescenza. Lì culminarono tante cose che avevano influenzato buona parte della mia vita. 

Sono nato e ho vissuto i primi anni della mia vita in Puglia, a Bari, a due passi dal mare. Il cielo azzurro, l’odore del mare. I bambini con cui ero da sempre cresciuto mi accompagnavano nella mia piccola vita. Avevo i miei zii, i miei cugini e i miei Transformers. Ero un semplice bambino, ovviamente. Ma ero un bambino… sereno

Poi, il cambiamento. Mio padre ha un’opportunità di lavoro e l’accetta. Era una buona opportunità e aveva poco tempo per decidere. Ricordo poco, di quella decisione. Con la mia famiglia, in pochi mesi, ci troviamo trasferiti in Toscana, a due passi da Lucca. In un paesino buio, freddo e piccolo. Si chiamava San Martino in Freddana. E ti assicuro: era freddo di nome e di fatto! 

Perché ti racconto questo? Ti racconto questo per raccontarti da dove sono partito e per accompagnarti dove sono arrivato. 

La nuova vita non era così terribile. Certo, trasferirsi è sempre un cambiamento. E ti assicuro che ne avrei di cose da raccontare, ad uno Psicologo, di quel periodo. 

D’altronde di colpo mi trovai lontano dal mio mondo. Non avevo più il mare, non avevo più i miei amici e i miei parenti erano diventati di colpo voci da un telefono. Ma quello che mi condizionò più di tutto non era quello che avrei trovato in Toscana o quello che avevo lasciato a Bari, quanto quello che mi ero portato con me.

Il mio accento. 

Un semplice accento, particolarmente diverso da quello di chi mi circondava. 

Così diverso da non essere capito nonostante parlassimo la stessa lingua.

Così diverso da risultare dannatamente divertente da ascoltare e su cui ridere.

Attenzione: non parlo di dialetto o termini caratteristici, parlo semplicemente di flessioni del mio accento: principalmente una intonazione di alcune vocali più chiuse e altre vocali più aperte. E, immancabile, una leggera “r” moscia.

All’inizio non ne soffrivo, della situazione. O meglio, non ci facevo caso. Ma poi mi resi conto che alcune persone mi ascoltavano e poi ripetevano quello che avevo detto… ridendo.

Una volta, due volte, tre volte.

Il momento esatto di quando capii che le persone non ridevano con me, ma ridevano di me, fortunatamente, è uno sbiadito ricordo. Non lo ricordo con esattezza, Coincise con le scuole medie, intorno alla mia adolescenza. Ma di tutto quel periodo ricordo che mi portò ad una specifica decisione che adesso voglio condividere con te.

Non fu un bel periodo. Capire che vieni ascoltato non perché hai qualcosa di interessante, ma perché susciti ilarità è un duro colpo al tuo desiderio di sentirti accolto e integrato. E’ un duro colpo alla vita. Piano piano smetti di parlare, parli sempre di meno. Certo, ogni volta che non parli, scompari sempre un po’ di più. Ma almeno eviti che qualcuno ti ascolti e rida. 

Quella che per me era sempre stata una parte normalissima di me, la parola, mi si era ritorta contro. La mia voce era diventata tutto a un tratto il mio più immediato handicap con le persone.

Mi sentivo diverso, mi sentivo inadeguato, mi sentivo impossibilitato a poter cambiare: come puoi cambiare la TUA voce? Come puoi cambiare la TUA storia? Semplicemente non puoi

E QUANDO CAPISCI CHE NON PUOI CAMBIARE TE STESSO, LA TUA STORIA, HAI SOLO DUE STRADE: O CEDI AL TUO DOLORE (E SOCCOMBI) O LO ACCOGLI E PROVI A FARCI QUALCOSA DI BUONO

Scelsi la seconda strada, quella meno battuta, che fece tutta la differenza.

Divenni consapevole che io volevo la felicità. Mi ero stancato letteralmente di piangere e di sentirmi diverso. Mi ero stancato di colpevolizzarmi per non essere come loro.

Non ricordo se avevo 13 o 14 anni o forse qualche anno in più, ricordo che lì iniziò un percorso di crescita, cura e, soprattutto, amor proprio.

Capii da subito quanto era importante il mio umore, per stare bene. La mia felicità non poteva dipendere da quante persone mi circondavano, dai voti alti a scuola o da chissà cos’altro.

La mia felicità doveva dipendere dal mio star bene con me stesso

E anche se essere me stesso significava essere diverso dagli altri, più agivo in linea con quello che mi faceva star bene, più mi sentivo leggerosereno e in pace.

E se non piacevo… pazienza. Ci avrei riso su.

DA ALLORA DECISI CHE AVREI PIANTO SOLO QUANDO ERA NECESSARIO. PER IL RESTO, CI AVREI FATTO UNA RISATA.

Quindi, Psicologia. Quale facoltà migliore di psicologia, per continuare a conoscere e amare se stessi? Nessuna. 

E mentre tutti andavano alla vicina Pisa, io decisi di seguire me stesso e andai a Firenze, in Via della Torretta, alla facoltà di Psicologia.  Anno del Signore 2002.

A Psicologia, capii una cosa: che a prescindere da Freud, Jung, Rogers o terapeuti più recenti, per aiutare una persona a smettere di soffrire, occorreva ascoltarla.

Ma non ascoltarla e basta. Ascoltarla nel suo dolore. Nelle sue emozioni. 

L’incontro con lo Psicologo doveva essere quello specifico incontro dove il dolore la faceva da padrone, dove una persona, solitamente costretta a tenersi tutto per sé, poteva finalmente parlare, aprirsi, essere accolta per quello che era, nelle sue fragilità.

Un luogo dove quelle persone potevano ascoltarsi a loro volta.

Perché – questo è quello che capii – solo ascoltando i problemi dei nostri clienti saremmo stati capaci di capire l’origine della loro sofferenza, di poter dare un nome al loro dolore e quindi poterle curare.

All’interno di una relazione terapeutica, che gli argomenti fossero stati i ricordi più traumatici dei nostri pazienti, i loro pensieri irrazionali o le loro parti più giudicanti, era fondamentale partire e parlare del loro problema e delle loro cause:

  • Ogni cenno di dolore sarebbe stato indice di un possibile problema. Ogni comportamento che il paziente avrebbe fatto  prima, durante o dopo la seduta, sarebbe stato valutato per i suoi possibili rischi.
  • Il nostro dovere di Psicologi è proprio quello di aguzzare le orecchie ad ogni singolo segnale di problema, di gravità, perché la nostra missione era quello di aiutare la persona a recuperare la propria autonomia, la propria libertà.

E solo curando, pezzo per pezzo, i nuclei patologici della sua sofferenza, solo riabilitando tutti i suoi comportamenti disfunzionali, avremmo potuto aiutare i nostri pazienti a… guarire.

TUTTO QUELLO CHE STAVO IMPARANDO ERA CHE NON C'ERA GUARIGIONE SE NON PASSANDO DAL DOLORE CHE L'AVEVA GENERATO.

E questo ebbe da subito una gran risonanza, in me.

Quando ascoltavo un amico gli ricordavo che, se voleva star bene davvero, doveva guardare in faccia le sue paure.

E quando incontravo una persona che storceva la bocca davanti all’idea di doverle guardare, di dover guardare l’abisso delle sue emozioni, concludevo quello che concludevano in molti

  • “Non è pronto per guardarsi dentro”
  • “Guardarsi dentro non è per tutti”
  • “Se non ti guardi dentro, non potrai mai andare avanti”

Senza conoscere la storia dei nostri problemi, che fosse stata ansia, depressione o bassa autostima, sarebbe stato impossibile conoscere se stessi.

Con questa idea feci i miei tirocini, il mio Esame di Stato, i miei primi corsi formativi post laurea. 

Con questa idea mi abilitai a Psicologo.

Penso, con un’idea molto simile a quella di molti di noi.

Ma questa idea durò molto poco. Si trasformò nel giro di qualche mese, massimo un anno.

Stavo per commettere quell'errore di cui tanto ti ho parlato prima. E che tanto mi è stato utile fare.

Era il 2012. Mi ero abilitato a Settembre del 2011. Ero all’alba della mia professione. Come molti di noi all’inizio, ero pieno di insicurezze, appunti e schemi.

Avevo una tabella fittissima dove mi sarei appuntato tutti i primi anni di vita dei miei pazienti, i fatti anomali, gli eventi storici. Poi un’altra tabella per le loro aspettative. Poi un elenco di colleghi a cui fare invii nel caso non mi fossi sentito pronto. 

Infine tenevo a mente la mia cassetta delle tecniche di benessere psicologico per contrastare il loro malessere.

Ed avevo un solo, grande, imperativo: ANDARE ALLA RADICE DEL PROBLEMA

E funzionava? Si, funzionava! Feci molti meno invii del previsto e le persone erano contente di essere ascoltate

Erano contente di poter mettere in fila tutti gli eventi della loro vita, di dare spazio al loro dolore e alle loro emozioni.

Erano contente di non sentirsi sole. Imparavano a gestire le loro ansie, le loro preoccupazioni, riuscivano finalmente a gestire le loro paure.

I miglioramenti c’erano, ma sentivo che mancava ancora… qualcosa.

Sentivo che la relazione non stava dando i suoi frutti migliori. Eppure facevo tutto quello che mi era stato insegnato:

  • Davo ampio spazio ai legami familiari
  • Davo ampio spazio ai loro traumi
  • Davo ampio spazio al loro dolore

Eppure sentivo che qualcosa stava inceppando il meccanismo.

Mi dissi che era questione di esperienza. Ma non ne ero convinto.

La verità è che stavo commettendo quel fatidico errore – che adesso mi è ben chiaro – ma che allora mi sembrava la cosa più giusta da fare.

E alla fine lo capii. 

Devo ringraziare un cliente che, all’indomani del nostro secondo appuntamento, decise di spostarlo. Mi disse che mi avrebbe richiamato e, ovviamente, non mi richiamò più.

“Che strano – dissi – eppure era stata un’ora parecchio intensa. L’avevo accolto come da manuale:  alla fine dell’incontro avevamo analizzato per filo e per segno tutto il problema nelle sue manifestazioni attuali. In quello successivo ci saremmo spostati sul suo passato. L’avevo ascoltata con piglio non giudicante e attento.

Mi ero comportato da Manuale. Cosa avevo sbagliato?

Qualcuno avrebbe potuto dire che “il cliente non era sufficientemente motivato”. Ma quel qualcuno non ero Io.

Qualcun altro avrebbe potuto dire che “l’intervento era stato così efficace che era bastato solo un incontro”.  E se fosse stato così, la cosa mi avrebbe lusingato parecchio.Ma non era quel caso. 

Qualcuno avrebbe potuto dire che “lo Psicologo non era stato sufficientemente preparato ad accogliere il paziente, e si consigliava la supervisione”. Ed era la cosa più plausibile. Ma cosa mi aveva impedito di essere preparato? 

E dopo qualche giorno di riflessione, dopo aver ripensato a tutti i casi analoghi, ebbi l’insight! Avevo capito che quella cosa così comune nel nostro lavoro si era tramutato in un errore madornale:

CON QUELLA PERSONA AVEVO PARLATO SOLO DEL PROBLEMA

Esatto! Con quella persona avevo parlato solo del suo problema. Delle sue cause, delle sue conseguenze, della sua influenza nella sua vita.

Ti è mai capitato? Ero così tanto preso dall’importanza di cercare le cause che la facevano soffire, così determinato a intervenire sulle cause che tenevano in vita il problema del mio cliente, che mi ero dimenticato che la cosa più ovvia di tutte:

QUELLA PERSONA ERA VENUTA DA ME PER TROVARE SOLUZIONI

E io, invece, avevo parlato solo del problema e di come lui abitava la sua vita. E capirlo con questo cliente mi fece riflettere sui miei percorsi passati: su quelli di cui ero pienamente soddisfatto e su quelli a cui sentivo mancasse ancora qualcosa. Mi frullavano mille domande:

  • Quante volte mi era già capitato, e non me ne ero accorto?
  • Quante volte era capitato ai miei colleghi, senza che se ne rendessero conto?

E mi resi conto che non era la prima volta: con certi clienti era facilissimo parlare di come il loro problema abitasse la loro vita. Ne erano esperti, ultra consapevoli. Erano capacissimi di sezionarlo nelle sue cause, conseguenze  e nelle sue implicazioni. Ma con loro era difficile parlare di altro. Alcuni sembravano incollati ai loro problemi.

La sensazione era come se, nonostante i miglioramenti, rimanesse un legame con la loro ansia, con la loro depressione o con quel comportamento che tanto li aveva fatti soffrire, senza riuscire a liberarsene del tutto.

  • Quindi quel cliente che si era lasciato di colpo, stava meglio, ma continuava a pensarsi come “persona lasciata”
  • Quindi, quel cliente che era bruciata dall’ansia, continuava a pensarsi come “persona che aveva una storia di ansia”
  • Quindi, quel cliente ossessionato dai pensieri di gelosia riusciva molto bene a tenerli a bada, ma si sentiva ancora come “persona gelosa

E la cosa di per sé non mi aveva mai preoccupato, visto che per impostazione universitaria e post universitaria, il nostro lavoro si deve concentrare sul ridimensionamento delle cause passate e presenti che mantengono vivo il problema. Dare spazio al problema, anche in modo ampio, lo ritenevo un momento fondamentale di qualsiasi processo di cura. Non darle ampio spazio avrebbe significato un lavoro fatto a metà, per quello che avevo imparato.

“Quella persona ha disdetto l’appuntamento perché ha trovato soltanto un totale focus sul problema e le sue cause. Tu avresti voluto parlare solo del problema?”

Non riuscivo a darmi risposta. Iniziai a ripensare ai miei percorsi precedenti. Notai che la differenza era tutta lì: con alcuni il problema diventava un capitolo chiuso e superato, sul quale non si tornava più a conversare. Per alcuni, nonostante tutto, continuava ad esserci.

  • Con alcuni era facilissimo orientare le risorse del proprio cliente sul fare qualcosa di propositivo per loro.
  • Con altri invece era faticosissimo andare oltre il problema e i colloqui non ruotavano che attorno a essi
E se con alcuni parlare del problema non impediva un miglioramento, con altri questo significava chiudere il percorso.
 

Quindi quello che accadeva con i miei clienti con cui viaggiavo spedito, non era tanto e tanto applicare più o meno doverosamente quanto appreso in passato, o una loro maggior spinta al cabiamento, quanto parlare di Soluzioni. Non lo facevo sempre e quando lo facevo era una cosa più intuitiva che consapevole. Ma se dall’università avevo imparato a analizzare il problema, dove avevo imparato a parlare per Soluzioni?

Era qualcosa che avevo imparato in autonomia, memorizzato e messo nel cassetto dell’inconscio

L’avevo imparata da un libro che avevo acquistato a Firenze, durante una passeggiata in una fredda serata d’inverno.

Era una bellissima antologia di terapie brevi. Lì, tra quelle pagine, scoprii uno specifico metodo di intervento psicologico ideato e sviluppato da un cittadino di Milwakee e una Coreana migrata in U.S.A.: Steve de Shazer e Insoo Kim Berg.

Quel metodo si chiamava Solution Focused Therapy ed era nato dall’analisi del lavoro di Milton Erickson, probabilmente il più grande ipnoterapeuta del secolo scorso.

Devi sapere che la Solution Focused Therapy (Terapia Centrata sulla Soluzione, in Italiano) si differenzia totalmente da qualsiasi altro metodo di intervento psicologico perché, anziché concentrarsi sulle cause che scatenano e mantengono il problema, si focalizza in modo sistematico su tutto quello che il cliente fa, pensa, immagina, per tenere a bada il problema.

l’operato dell’intervento psicologico, di conseguenza, cambia radicalmente: anziché indagare cosa fa star male il paziente, con l’obiettivo di ridimensionarlo, indaga i fattori responsabili della salute del cliente, con l’obiettivo di elicitarli. 

E anzichè diventare espertissimo della sua malattia, il cliente diventa esperto della sua salute, di quello che genera in lui felicità.

E questo rende ovvio il perché con queste persone riuscivo a ottenere grandi risultati:

PERCHE' L'INTERVENTO, ANZICHE' RALLENTARE SUL PROBLEMA, SI FOCALIZZA IMMEDIATAMENTE SULLE SOLUZIONI UTILI PER IL CLIENTE

Quindi, l’errore che la maggior parte di noi ha commesso almeno una volta nella sua carriera professionale è quello di essersi focalizzati su ciò che genera e mantiene vivo il problema dei nostri clienti e non focalizzarsi su ciò che genera e mantiene la salute dei nostri clienti.

Colpito dall’insight, decisi di approfondire il tema. Ed accaddero un po’ di cose fantastiche:

  • Cercai alcuni manuali per approfondire il metodo e lo studiai ulteriormente. Ma erano davvero pochissimi e quasi in fuori catalogo. Ma se questo accadeva in Italia, non accadeva altrove: la  Terapia Centrata sulla Soluzione non era qualcosa da conoscere tramite un paragrafo di un libro, era, ed è, un metodo presente in tutto il mondo, con numerose validazioni scientifiche, anche per condizioni cliniche gravi come la depressione e l’alcolismo. Fu una scoperta FANTASTICA.
  • Entrai in contatto con altri colleghi che pensavano alla stessa maniera, ed era una gioia, perché in pochissimi, in Italia, lavoravano in modo sistematico con questo paradigma
  • Partecipai, a Firenze, ad un bellissimo Workshop dove toccai con mano, in prima persona, la potenza delle Soluzioni.

E alla fine, con un collega che ormai è un fratello, abbiamo tirato su veri e propri corsi di formazione online, per insegnarla ai colleghi.

Ma cosa vuol dire, nello specifico, parlare per Soluzioni?

Vuol dire tante cose. E se c’è una cosa che voglio che tu ti porti a casa da questo articolo, è un’applicazione ben specifica che si chiama: “DOPPIO ASCOLTO”

Ovvero la capacità di trovare la risorsa, il punto di forza anche nel momento più buio del percorso.

  • Ad esempio vuol dire ascoltare il cliente raccontarti che è stanco della sua vita e, anziché subire la sua stanchezzaincuriosirti riguardo la vita che vorrebbe fare
  • Ad esempio vuol dire accogliere una persona con una storia di 20 anni di ansia, e anziché spaventarti da quanto grave sia il suo problema, interessarti a cosa ha fatto di utile per riuscire a resistere per ben 20 anni,  senza soccombere.
  • Ad esempio vuol dire incontrare una persona depressa da molto tempo, che ha mostrato resistenze a tutte le terapie precedenti e, anziché darlo per resistentevedergli riaccendere la speranza, per la prima volta dopo molto tempo, nel momento in cui ti soffermi sulle sue passioni

Questo è il Doppio Ascolto e Io desidero che tu lo possa fare tuo già da ora.

Spero ti sia chiara la differenza tra il paradigma classico a cui siamo stati abituati e questo paradigma. Se nel paradigma classico diventiamo espertissimi su tutto quello che ha generato e mantiene il problema, con questo paradigma diventiamo espertissi di come il nostro cliente può contribuire attivamente alla sua salute. 

AI MIEI OCCHI, UNA AUTENTICA RIVOLUZIONE

Pian piano il mio lavoro si era trasformato: continuavo a ascoltare il problema, ma solo con un orecchio; con l’altro mi immaginavo domande pronte ad aprire orizzonti di opportunità per i miei pazienti. La mia forma mentis terapeutica si era abituata a porre domande orientate alle Soluzioni in modo  sistematico.

E più lavoravo in modo sistematico con le soluzioni, più vedevo persone capaci di vivere la loro vita libera dal problema.

Sempre più dentro di me nasceva la consapevolezza che non solo stavo facendo il lavoro che amavo, ma lo stavo facendo con i valori che amavo:

  • La libertà, perché le persone si sentivano libere dal problema e quindi libere di scegliere come vivere la loro vita
  • L’autodeterminazione, perché i miei clienti diventando sempre più padroni della loro vita, si davano il permesso di puntare sempre più in alto
  • La Gioia, che arriva nel momento in cui decidi di puntare sempre più in alto nella tua vita
 

UN NUOVO MODO DI FARE IL LAVORO CHE AMO

In me sentivo tornare quella serenità di quando ero bambino, quell’autenticità che cercavo da adolescente e quella sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo: la consapevolezza che tutto – o quasi – poteva essere superato.

Individuato l’errore che tanto mi aveva limitato e che sono convinto che limiti molti di noi, mi sarei potuto accontentare di concentrarmi su quel metodo e di approfondirne la portata. 

Sarei potuto diventarne un Araldo. Ma non l’ho fatto.

Sia chiaro, sono entusiasta della Terapia Centrata sulla Soluzione, ma non volevo semplicemente fare bene il mio lavoro, lo volevo fare mettendo dentro tutto me stesso. L’autenticità tanto voluta in adolescienza non la volevo perdere per nulla al mondo.

Decisi quindi di integrare la Solution Building con i miei valori e, soprattutto, con gli altri metodi che mi avevano accompagnato fino ad allora:

Non potevo dimenticare l’ipnosi Ericksoniana: mi aveva permesso di sviluppare un linguaggio spontaneamente salutogenico e potenziante, così da rendere la semplice conversazione attorno al problema una conversazione terapeutica: i cambiamenti all’interno della seduta diventavano così profondi e stabili già semplicemente parlando

Non potevo nemmeno ignorare il Coaching: mi aveva insegnato a sviluppare un legame particolarmente rispettoso e valorizzante del punto di vista dei miei clienti. Non semplice accettazione e ascolto non giudicante, ma un vero e proprio stile che puntava a valorizzare il proprio interlocutore.

E non volevo nemmeno archiviare  la PNL, con le sue infinite tecniche di cambiamento, particolarmente potenti e rapide, se usate al momento opportuno. Certo, dovevo distinguere la parte replicabile e utile da quella non utile, ma quello fa parte del mio lavoro.

E decisi che questa integrazione andava condivisa.

Fu così che nel Dicembre 2015, all’indomani del mio III° libro, decisi di scriverne un quarto: non semplicemente sulla Terapia Centrata sulla Soluzione, ma sulla mia personale integrazione con la mia esperienza umana e professionale

NASCE LA TERAPIA SOLUTION BUILDING CENTRATA SULLE COMPETENZE

Terapia Solution Building Centrata sulle COmpetenze

O di come mettere “sotto steroidi” la Terapia Centrata sulla Soluzione”.

Scrissi un vero e proprio manuale clinico, di oltre 300 pagine, dove decisi di condividere con il lettore ogni singolo passo del mio metodo. 

Decisi di scrivere un libro dove alternare riferimenti teorico/epistemologici, esempi concreti di attività clinica e un’infinità di esercizi pratici, così da dare al lettore la possibilità di andare oltre alla semplice teoria, di scoprirne l’applicazione specifica e di apprenderla seguendo gli esercizi, uno dopo l’altro.

Qui, nella mia personale integrazione accompagno il lettore in una visione della salute fatta di “competenze”: Star bene è un’abilità, così come lo star male. Le persone vanno aiutate, quindi a sviluppare le abilità loro necessarie al loro star bene.

Che sia la consapevolezza delle proprie azioni, la padronanza delle proprie emozioni o la libertà mentale, il focus dello Psicologo diventa quello di incrementare le abilità dei propri clienti a stare bene.

Non più Risolutore di Problemi, ma Costruttore di Soluzioni.

Non più Problem Solving, ma Solution Building

Per questo ho chiamato il mio metodo “Solution Building Centrata sulle Competenze”: perché la salute è una questione di competenze.

Ho deciso di scrivere Terapia Solution Building – Centrata Sulle Competenze per dare una risorsa a tutti quei colleghi che, consapevoli di voler dare il meglio di sé al lavoro, vogliono evitare di rimanere bloccati nel problema dei loro clienti.

L’ho scritto perché sono dell’idea che nella nostra amata Professione si parla troppo di problemi e poco di soluzioni. Siamo pieni di manuali diagnostici, espertissimi di diagnosi e attenti a qualsiasi potenziale rischio per ogni situazione. 

E va bene esserlo, sia chiaro. E’ fondamentale, ma a me non basta più. 

Ed è per questo che per me è diventato fondamentale promuovere tra i colleghi il Paradigma Solution Building: perché è utile. 

Ed è utile imparare ad applicarlo in modo sistematico e consapevole con i tuoi clienti, pazienti, persone che ti hanno scelto per il loro futuro.

E TU COSA VUOI?

Se anche tu, come me, vuoi evitare l’errore di parlare solo del problema e vuoi imparare ad applicare in modo sistematico il paradigma Solution Building, Terapia Solution Building è il libro che vorrai leggere.

Che tu sia fresca di abilitazione o una Psicologa di comprovata esperienza, che tu sia non del tutto soddisfatta del tuo modo di lavorare o che tu stia iniziando adesso a costruirtelo, potrai arricchire la tua faretra con la freccia della Terapia Solution Building – centrata sulle Competenze

E cosa avrai acquisito, grazie a questa freccia?

  1. Avrai acquisito una visione della Psiche e della Salute Mentale orientata alle Soluzioni che potrai applicare in qualsiasi contesto di intervento, cosi da iniziare sin da subito a “Pensare per Soluzioni” e aiutare anche i tuoi clienti a farlo
  2. Avrai conosciuto uno schema di domande di comprovata efficacia, che ti permetteranno sempre di sapere cosa chiedere e come chiedere, così da non vivere più quel senso di imbarazzo che nasce quando non sai come portare avanti la conversazione
  3. Saprai sempre e comunque a che punto sei del percorso psicologico, così da evitare quel fastidioso senso di smarrimento e di disvalore che arriva quando ti senti perso nel tuo lavoro
  4. Conoscerai la Domanda delle Domande, quella che permetterà sempre e comunque ai tuoi clienti di smettere di pensare al problema e di iniziare a pensare alle Soluzioni. 
  5. Avrai acquisito le basi del Coaching e del perché è di fondamentale importanza che diventi uno strumento quotidiano del nostro lavoro, così capirai perché molti preferiscono, a torto o a ragione, il Coach allo Psicologo
  6. Avrai scoperto, e saprai applicare, le fondamenta della Terapia Centrata sulla Soluzione e ne potrai fare esperienza sin dai primissimi incontri, con grandissima utilità per te e per i tuoi clienti
  7. Inoltre ti diverrà chiaro come intendere quelle persone  che sono definite “resistenti al cambiamento” e a cosa, realmente, fanno resistenza (e no, non fanno resistenza alla terapia), così da smuoverle e aiutarle a evolvere.
E potrai farlo semplicemente leggendo, studiando e praticando gli esercizi presenti nel libro.

Se senti che vuoi scoprire il Mondo delle Soluzioni, Terapia Solution Building è il libro che risponde ai tuoi desideri.

Adesso hai la possibilità di acquistarlo. Lo puoi acquistare esclusivamente su Amazon, in versione cartacea ed elettronica

Cosa dice chi è già nel mondo delle Soluzioni?

Se invece ti stai domandando cosa ne pensa chi prima di te lo ha letto, sappi che decine di colleghi lo hanno già fatto. 

Tra di loro c’è stato chi era terrorizzato dall’iniziare la professione e chi nonostante l’esperienza cercava qualcosa di stimolante: adesso lavorano serenamente.  E tutti ne hanno trovato giovamento.

Eleonora Basso - 5/5 Stelle su Amazon
Psicologa
Interessante per addetti ai lavori e non solo!
"Come psicologo intenzionato ad approfondire gli aspetti del colloquio clinico ho individuato in questo testo una valida traccia, soprattutto dal punto di vista della valorizzazione delle risorse del paziente. Essendo sempre stato interessato alla PNL ho apprezzato la modalità clinica e pratica, ricca di esempi e di esercizi, con cui è sviluppato il testo stesso. Concentrarsi sulla soluzione piuttosto che sulle cause aiuta anche ad elaborare le cause stesse. Anche lo psicologo ha bisogno di soluzioni e questo libro può aiutare chiunque a trovare la giusta “forma mentis” per arrivarci".
Manfred Klomsdorf - 4/5 Stelle su Amazon
Psicologo
Pieno di esercizi e spunti pratici:
Ottimo libro, scritto in modo semplice, subito utilizzabile, molti spunti per chi inizia attività clinica e riflessione per chi già esercita! Complimenti

Ilaria - 5/5 Stelle su Amazon
Ottimo testo!
Ottimo testo, l'ho trovato utilissimo per la gestione del colloquio psicologico. Lo consiglio ai nuovi psicologi che vogliono acquisire un metodo utile alla professione e a chi ha già un suo metodo ma vuole conoscere e sperimentare l'approccio non strutturalista.
Per un colloquio clinico centrato sulle Soluzioni
Questo libro è stata una rivelazione. Di semplice comprensione, offre strumenti concreti e spendibili nella propria attività professionale fin dal breve termine. 
Il suo focus, sulle soluzioni anziché sui problemi del paziente, permette di concepire il colloquio in un modo totalmente rinnovato: costruito, finalmente, sulle necessità del cliente e non del terapeuta.
Gli esercizi e gli esempi proposti lungo il percorso consentono di toccare con mano questo ribaltamento di prospettiva e di impratichirsi con lo strumento, spesso sottovalutato, che consiste nell'abilità del fare domande.
Sarà proprio attraverso questo "mezzo" che il terapeuta potrà fare propria la mappa conoscitiva di chi ha di fronte al fine di aiutarlo ad implementare quelle competenze di cui necessita per mettere in pratica le sue soluzioni.
Elettra P. - 5/5 Stelle Su Amazon
Psicologa

Ora la scelta è tua

Ora che conosci la mia storia con l’errore più sottovalutato da noi Psicologi, che almeno una volta nella nostra professione facciamo, puoi scegliere. 

Puoi scegliere di ignorare tutto. Magari hai trovato esagerato il mio stile, magari hai paura di perdere la “via vecchia per la nuova”. Il succo è che scegli di continuare la tua carriera professionale come hai sempre fatto. Ti dici che il rischio di far parlare troppo del problema i tuoi clienti non ti interessa. Continui il tuo lavoro come se niente fosse e la prossima volta che un cliente ti sarà resistente lo penserai non ancora pronto per lavorare su se stesso.

Oppure puoi scegliere di far tesoro di quanto hai letto fin’ora. Scegli di non acquistare il libro, ma magari ti leggi la prima parte gratuitamente. Decidi di affacciarti all’orizzonte che questo articolo ti ha aperto e di immaginarti mentre ti domandi come evitare l’errore di parlare troppo del problema, da sola, senza un manuale specifico di riferimento.

Oppure scegli di investire in Terapia Solution Building. Fai tuo il libro. Agisci una delle cose che a noi Psicologi riesce meglio: STUDIARE UN BEL LIBRO. In questo modo apprendi il metodo Solution Building, fai pratica con gli esercizi e inizi subito ad applicarlo in studio. 

Scegli di arricchire le tue competenze con il paradigma Solution Building Centrato sulle Competenze: hai imparato a parlare di Soluzioni, hai imparato ad ascoltare per Soluzioni. 

Grazie al metodo Solution Building Centrato sulle Competenze, saprai come ascoltare i valori dietro alle parole più addolorate. 

Vedrai i tuoi clienti progredire in modo forte, costante e… centrato. Saranno sempre più consapevoli di cosa vogliono nella loro vita e di cosa gli serve per viverlo. Autentici esperti del loro benessere.

Saprai notare anche il minimo miglioramento e lo saprai valorizzare con attenzione 

Saprai come formulare domande potenti che aiutano i tuoi clienti a staccarsi dal passato e a focalizzarsi sul loro futuro

Saprai come portarli dall’astratto al concreto, così che loro sappiano porre l’attenzione sul presente e agire già da subito qualcosa per il loro benessere

Infine ti divertirai a integrare il metodo Solution Building Centrato sulle Competenze nel tuo. 

Perché nel momento in tui dai la possibilità ai tuoi clienti di seguire i loro valori per le loro Soluzioni, tu ti dai la possibilità di farlo nel tuo.

Ora hai a disposizione tutto quello che ti serve per entrare nel mondo delle Soluzioni.

Io ti aspetto dall’altra parte,

PS: nel caso tu te lo stia domandando, la “Terapia Solution Building – centrata sulle competenze” rientra negli atti terapeutici del Sostegno psicologico e della (Ri)Abilitazione psicologica, in quanto: 

  • è completamente focalizzata sulla stimolazione delle risorse del cliente (in linea con la definizione di sostegno psicologico)
  • è incentrata nel favorire o rafforzare nel cliente nuove competenze, quindi nuove abilità, relative alle funzioni psicologiche (in linea con la definizione di abilitazione e riabilitazione psicologica). 

 

PPS: nel caso tu ti stia domandando l’investimento per il libro, sappi che è: 

  • 24,97 euro per l’edizione Cartacea
  • 9,99 per il formato Kindle
Con in più la possibilità di conoscere un modello che non è raccontato in nessun altro luogo.

In Edizione Cartacea o Kindle

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